Visite intramoenia bloccate, il Cimo contesta: "Illegittimo, provvedimento da annullare" - LinkOristano
Sanità

Visite intramoenia bloccate, il Cimo contesta: “Illegittimo, provvedimento da annullare”

Il segretario Mascia scrive all'assessore regionale Nieddu

Luigi Maxia
Luigi Mascia

Cagliari

“La sospensione delle visite in regime di intramoenia è illegittima e perciò è da annullare”. E’ quanto afferma Luigi Mascia, segretario regionale del sindacato dei medici ospedalieri Cimo  in una comunicazione inviata all’assessore regionale alla Sanità Mario Nieddu che nei giorni scorsi ha annunciato sospensione delle visite a pagamento nei presidi ospedalieri dell’isola, a causa dell’eccessivo allungamento dei tempi di attesa delle visite rese nell’ambito dell’attività istituzionale.

Alla base della diffida del sindacato la presunta illegittimità del provvedimento della Regione, considerato in contrasto con quanto previsto dalle principali norme legislative di riferimento.  Disposizioni che,  secondo quanto ricorda il sindacato, prevedono in particolare che l’attività resa dai medici in regime di libera professione  si può pure sospendere, ma solo  nel caso in cui le visite rese in questo regime superino quelle rese in regime istituzionale. Una valutazione che però non può investire solo la responsabilità dei medici ma richiama la responsabilità della Regione e delle singole aziende.

“In primo luogo”, sostiene il Cimo, “l’esercizio di attività libero professionale costituisce un diritto soggettivo per il Dirigente Medico, il cui unico presupposto è che la libera professione non può comportare un volume di prestazioni superiore a quello assicurato per i compiti istituzionali, demandando esclusivamente alla disciplina contrattuale nazionale la definizione del corretto equilibrio tra le due tipologie di attività”.  Una disposizione questa che non deve essere rispettata solo dai Dirigenti Medici, ma rappresentanza anche “un preciso dovere istituzionale delle Regioni”. Fondamentale secondo il sindacato, quanto previsto dalla legge 120 del 2007 che regolamenta l’attività libero – professionale intramuraria e che, in particolare, nel disciplinare il corretto esercizio dell’ALPI (assistenza in libera professione intamuraria) fornisce indicazioni per prevenire e perseguire situazioni di concorrenza sleale da un lato e dall’altro per garantire che il ricorso alle visite in “libera professione sia dettato da una libera scelta del cittadino e non a una carenza nell’organizzazione dei servizi resi nell’ambito dell’attività istituzionale”. 

Principi che – ricorda il segretario del Cimo Mascia – sono confermati dal contratto della dirigenza medica e sanitaria, nel quale si spiega  come “l’attività libero professionale intramuraria non può globalmente comportare, per ciascun dirigente un volume di prestazioni o un volume orario superiore a quello assicurato per i compiti istituzionali”. 

Da qui la disposizione secondo cui “l’azienda negozia in sede di definizione annuale di budget, con i dirigenti responsabili delle equipes interessate,  i volumi di attività libero-professionale intramuraria che, comunque, non possono superare i volumi di attività istituzionale assicurati, prevedendo appositi organismi paritetici di verifica ed indicando le sanzioni da adottare in caso di violazione di quanto concordemente pattuito”.

Il Cimo sottolinea quindi  che “il corretto rapporto tra i volumi di attività istituzionale e quelli di attività ALPI, così come i tempi d’attesa richiesti per l’esecuzione delle prestazioni, sono definiti sulla base di una procedura negoziata tra azienda e dirigenti che tiene conto delle risorse assegnate alla singola struttura”.

“La sospensione del diritto all’esercizio dell’ALPI del singolo Dirigente”, ancora afferma il sindacato Cimo, “può applicarsi quindi solo sulla base di un’accertata violazione dei limiti fissati dalla contrattazione collettiva e dai regolamenti aziendali per il corretto esercizio della libera professione, sicché presuppone un inadempimento del dirigente il cui accertamento deve essere oggetto di procedimento disciplinare.”

 Mascia ricorda che “l’attuazione del cosiddetto blocco dell’attività libero professionale intramuraria, in caso di superamento del rapporto tra l’attività in libera professione e in istituzionale sulle prestazioni erogate e/o di sforamento dei tempi di attesa “  è previsto dal  recente Piano Nazionale di governo delle liste d’attesa ed è stata prevista anche da alcune regioni. In nessun caso però si può  “limitare il diritto soggettivo del Dirigente Medico all’esercizio della libera professione intramuraria al di fuori dei casi e delle condizioni stabiliti dalla Legge e dalla contrattazione collettiva” né si possono introdurre “arbitrariamente fattispecie sanzionatorie, quale la sospensione dell’ALPI, non correlata a una specifica condotta colposa del Dirigente, ma condizionata da possibili fattori esterni ed eteroimposti al rapporto di lavoro, come ad esempio la carenza di risorse umane per garantire le prestazioni istituzionali, le disfunzioni organizzative nella gestione delle liste d’attesa, la mancata programmazione e pianificazione dei fabbisogni in relazione ai volumi prestazionali richiesti per l’esecuzione delle prestazioni, etc.”

“Le disposizioni inserite in un atto d’intesa Stato-Regioni costituiscono norme di rango secondario rispetto alla norma primaria di cui essi sono attuazione”,   afferma ancora  il segretario regionale del Cimo Luigi Mascia, “ per cui le stesse non possono limitare o ledere i diritti soggettivi riconosciuti dalla legge e, nel caso di specie, escludere il diritto all’esercizio della ALPI in contrasto con la disciplina dettata dalla fonte superiore. Ne consegue che  l’attuazione in concreto delle disposizioni regionali sul blocco della ALPI da parte delle singole aziende sanitarie, costituisce un illecito contrattuale con conseguente obbligo risarcitorio per i danni patrimoniali subiti dai dirigenti, anche a titolo di perdita di chance”.

In conclusione “la durata dei tempi di attesa non sono riconducibili ad alcun inadempimento dei dirigenti medici i quali, in realtà, spesso offrono all’attività istituzionale la loro opera anche oltre l’orario di lavoro, proprio per cercare di limitare la durata e le liste di attesa.” Per questo motivo, conclude il documento del Cimo, il provvedimento in questione produce l’effetto di  indicare “quale responsabile della durata delle liste di attesa l’attività libero professionale, senza tenere conto che le problematiche del SSR attengono alla mancanza di figure necessarie allo svolgimento degli esami ed alla carenza di Dirigenti Medici.”

Il segretario regionale del Cimo Luigi Mascia comunica perciò che, se il  provvedimento dell’assessorato non verrò annullato “verranno intraprese tutte le più opportune azioni a tutela degli interessati”. 

Venerdì, 1° luglio 2022

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