Carlo Contini torna a casa, da sabato 90 opere alla pinacoteca di Oristano - LinkOristano
Arte

Carlo Contini torna a casa, da sabato 90 opere alla pinacoteca di Oristano

Oggi la presentazione della mostra “L’origine è la meta”, che potrà essere visitata fino a gennaio

Generico luglio 2021
Carla Contini visita in anteprima la mostra dedicata a suo padre

Oristano
Oggi la presentazione della mostra “L’origine è la meta”

Carlo Contini torna a casa, a Oristano, con 90 opere raccolte nella mostra “L’origine è la meta”, una retrospettiva commemorativa che celebra il grande maestro in occasione dei 50 anni dalla morte.

L’iniziativa, promossa dal Comune e dalla Fondazione Oristano è stata presentata questa mattina nella pinacoteca comunale a lui dedicata, le cui sale ospiteranno l’esposizione, curata da Giuliano Serafini. Presenti il sindaco Andrea Lutzu e l’assessore alla cultura Massimiliano Sanna, lo stesso curatore Serafini, il direttore della Fondazione Oristano, Francesco Obino, la figlia di Carlo Contini, Carla, e il nipote, Augusto Ligas.

“L’origine è la meta” è il titolo della mostra che sarà inaugurata sabato 17 luglio, alle 19. Fino al 9 gennaio 2022 (tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20), una novantina di opere racconteranno un percorso artistico straordinario, che ha fatto di Carlo Contini una delle figure più complesse e significative della pittura sarda e nazionale del XX secolo.

Le opere in mostra, provenienti da collezioni pubbliche e private, documentano i vari e spesso imprevedibili momenti del talento pittorico di Contini, un artista che come già si intuisce dal titolo della mostra – L’origine è la meta – ha sempre attinto dalle proprie origini culturali e dal folklore per procedere verso espressioni tra le più avanzate dell’arte contemporanea. Ed è appunto questo intreccio di tradizione e attualità, dove le suggestioni etniche e le radici contengono come in un seme forme più vicine al sentire estetico del nostro tempo, che ha permesso al curatore di occuparsi per la terza volta dell’opera di Contini. Le altre sono state in mostre a Oristano (1998) e a Pistoia (2002).

Attraverso un ricco repertorio pittorico che dal figurativo si orienta gradualmente verso l’informale, la mostra intende evidenziare come in arte le categorie e le formule siano spesso pure convenzioni ideologiche.

Generico luglio 2021
Da sinistra, il direttore della Fondazione Obino, l'assessore Sanna e il sindaco Lutzu

La mostra è stata definita dal sindaco Lutzu una “occasione culturale straordinaria per la città”. Sabato, giornata inaugurale della grande manifestazione, “dimostreremo che il nostro cuore batte forte per Contini”, ha commentato il primo cittadino di Oristano, sottolineando l’impegno dell’assessore Sanna e del direttore della Fondazione, Obino, per la realizzazione dell’iniziativa, programmata per lo scorso anno e rimandata a causa dell’emergenza sanitaria.

“Il rinvio”, ha spiegato l’assessore Sanna, “non è stato un male, tutto considerato: quest’anno abbiamo nuovi spazi per poter ospitare le opere del maestro e abbiamo potuto accoglierne molte di più, per le quali dobbiamo ringraziare i figli”.

Si è definito “recidivo” Giuliano Serafini, il curatore della retrospettiva commemorativa, che oltre 20 anni fa si era occupato della prima mostra dell’artista oristanese: “Nel frattempo Contini è maturato dentro me”, ha spiegato Serafini, sottolineando l’evoluzione straordinaria del linguaggio del pittore.

Serafini ha spiegato di aver pensato l’esposizione seguendo il criterio tematico, e non cronologico. Nella sala maggiore è concentrata una campionatura delle opere della fase più importante del pittore, tra le quali campeggia anche l’opera con i confratelli rossi, un suo “grande classico”.

“Siamo felici perché uno degli obiettivi era riportare babbo a casa”, ha detto la figlia dell’artista, Carla Contini. “Babbo ha girato il mondo, ma era profondamente e in maniera molto libera oristanese”.

“Contini torna a casa e nella Pinacoteca di Oristano troverà casa”, ha annunciato il direttore della Fondazione Oristano, Francesco Obino, “Alcuni spazi saranno permanentemente dedicati a lui. Inizia un percorso condiviso tra Amministrazione, Fondazione e famiglia”.

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L'opera con i confratelli rossi, definita il grande classico di Contini

La mostra. Nel titolo “L’origine è la meta” il curatore sottolinea in modo icastico quale sia il senso vero dell’opera di Carlo Contini, artista che, a distanza di cinque decenni dalla scomparsa, si conferma come una delle presenze più complesse e significative della pittura sarda e nazionale del XX secolo.

Quel paradosso ci dice che il pittore di Oristano ha saputo evolvere a livello creativo senza perdere mai di vista le proprie radici, il proprio atavismo, la propria identità morale e culturale di nativo del glorioso Giudicato di Eleonora d’Arborea. Come dire che Contini è artista che “avanza” nel passato e conquista la propria modernità servendosi appunto delle forme, dei colori, della luce, ma anche delle passioni e degli umori ereditati dal secolare patrimonio folklorico della sua terra.

Se dunque l’obiettivo, la meta, è quanto ha alle sue spalle, Contini sa di poter contare su una guida sicura, su una lezione genetica che, tra gli anni ’20 e ’30, dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma e un lungo soggiorno a Venezia, lo porta ad affrontare tematiche diverse. Ci sono in primis le processioni religiose e i riti ancestrali dove l’artista anticipa una sensibilità espressionistica e populistica che rinnova lo stereotipo vernacolare di cui gli ottimi Biasi e Figari si erano fatti lodati interpreti.

In Contini, complice l’ammirazione per Rouault, il sentimento del sacro e del profano si fanno piuttosto valori equivalenti, imponendosi sia per poetica che per vigore espressivo; come nello spettacolare Processione de Su Jesus o Confratelli rossi (1927) o in Allegoria Arborense (1933-37) della chiesa della Madonna della Grazie di Solarussa, forse il più notevole esempio di pittura religiosa italiana del XX secolo. Introspezione psicologica e realismo spinto fino alla brutalità, sono le note ricorrenti della produzione ritrattistica (L’ubriacone, 1930, Titino Sanna, 1945, Confratello verde, 1948), genere assai frequentato da Contini fin dagli esordi: si ricordano i due magnifici autoritratti del 1922 e 1925 e più tardi, quelli da maturo del 1935.

Gli eterni ritorni dell’artista ad Oristano dicono di una vicenda creativa che – ormai aperta a influenze europee quali quelle di Ensor, Kokoschka fino, più tardi, a Delaunay – non saprà mai rinunciare al rassicurante recinto degli affetti. Negli anni ‘30 Contini insegna alla Scuola di Arti Applicate Francesco Ciusa e nei ’50 alla Scuola di Avviamento Professionale della sua città. Nel 1949 sposa la pistoiese Dorotea Guarducci, da cui ha due figli, Valerio e Carla. Nel 1956 è incaricato di eseguire una serie di grandi dipinti d’ispirazione storica e rurale per la Cantina della Vernaccia al Rimedio.

Agli inizi degli anni ’50, la svolta verso il superamento della figurazione si avverte in opere quali Ballo tondo (1950), Sa Sartiglia (1952) e Pariglia (1955). Ma sarà solo con Ritmi di giostra (1959), dipinto che richiama modalità stilistiche del cubismo orfico, che Contini tenta e risolve con estrema naturalezza il linguaggio aniconico, anche se fino all’ultimo non abbandonerà del tutto il genere figurativo (Pietà, 1963, Vestizione de Su Componidori, 1965). Tra le prove più sentite di quest’altro Contini – che in realtà resta l’erede legittimo del primo, dell’unico “Lelletto”, come veniva affettuosamente chiamato nel giro dei familiari e amici – si ricordano Pietà (1959), Processione de Su Jesus (1960), Santulussurgiu (1962), Luci e ombre del Supramonte (1961), Santulussurgiu vicolo nord (1966), fino all’enigmatico La macchia (1963), onirico rigurgito di una memoria privata e collettiva mai perdute.

Chiudono la mostra e il catalogo due grandi opere di uguale formato, eseguite a distanza di dieci anni (1958-68), che il curatore ha voluto affiancare in un virtuale dittico, là dove l’illuminata ambiguità del sacro che fa da filo conduttore all’intera opera del pittore di Oristano, tocca la sua più alta resa emblematica.

Giuliano Serafini vive e lavora a Firenze. È uno dei più noti studiosi di Alberto Burri. Oltre a numerose pubblicazioni e conferenze, ha curato su di lui mostre pubbliche ad Atene, Madrid, Lubiana e Firenze. Tra le altre, ha curato e presentato, in Italia e all’estero, mostre di Pistoletto, Kiefer, Marino Marini, Karavan, Carrà, Bagnoli, Klasen, Umberto Mariani, Elisabeth Chaplin. Specialista di arte greca moderna e contemporanea, ha curato in Italia e in Grecia, mostre dei maggiori artisti ellenici di oggi: Halepàs, Tsoclis, Tetsis, Sorogas, Gaitis, Simossi, Karàs.

Per Giunti Editore ha scritto monografie su Burri, Lichtenstein, Rauschenberg, Matisse, Goya, Constable, Cézanne, Surrealismo, Art Nouveau.

Giovedì, 15 luglio 2021

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